D.: "Riabilitazione in 5 Fasi": In cosa consiste? E perché proprio cinque?
R.: E' fondamentalmente uno schema che aiuta a predisporre il piano di riabilitazione fisica di un paziente ed è di supporto durante l'attuazione. Si basa sull'evoluzione del processo di guarigione: dal momento in cui viene preso atto del danno a carico di un paziente, a quando il paziente stesso conclude l'iter riabilitativo con (speriamo) soddisfazione, ogni passo di questo percorso idealmente dovrebbe essere costituito dalle terapie più idonee, che non sono sempre le stesse dall'inizio alla fine, ma devono continuamente modificarsi e adattarsi al paziente nella maniera più graduale e allo stesso tempo più incisiva possibile, per ottenere la migliore riparazione nel tempo più breve, e possibilmente senza fastidio o dolore.
E' chiaro che in realtà lo svolgimento è molto sfumato, ma è utile schematizzarlo in una serie di fasi successive perché questo serve come riferimento ai terapisti sia per programmare e controllare la riabilitazione che per scambiarsi opinioni e sensazioni allo scopo di migliorare e affinare le terapie. Inoltre può essere utile ai responsabili del centro di riabilitazione per capire meglio quali attrezzature potrebbero integrare le esistenti per dare un servizio migliore.
Perché proprio cinque fasi? Semplicemente perché è un ottimo schema, razionale, intuitivo e aderente a quello che succede nella realtà, come si capisce subito dai criteri di identificazione di ciascuna fase:
Fase 1 – Controllo del dolore e della reazione infiammatoria. Finché c'è dolore c'è la tendenza naturale a tenere ferma la parte dolorante. Questo va bene per i primissimi giorni, mentre l'organismo getta le prime basi della riparazione ricostruendo ad esempio i capillari e altri piccoli vasi che possono essersi rotti, ma poi è essenziale uscire più rapidamente possibile da questa fase altrimenti la riparazione continuerà con difficoltà. Non dimentichiamo il vecchio detto "Ciò che non si usa si sciupa": il muscolo senza lavoro si indebolisce, l'osso senza carico si assottiglia, l'articolazione che non ruota tende a bloccarsi.
Qui l'impiego di apparecchi che producono ipertermia e crioterapia controllata, che agiscono efficacemente sull'infiammazione e quindi sul dolore è essenziale in questa fase e permette di accorciare i tempi. Per di più in questo modo è possibile ridurre la dose di farmaci antinfiammatori e antidolorifici che possono avere effetti collaterali quantomeno fastidiosi.
Fase 2 – Recupero dell'articolarità. La prima cosa che si può e si deve fare quando finalmente il dolore e l'infiammazione hanno raggiunto un livello sopportabile, è muovere la parte lesa, dapprima con la massima prudenza e senza richiedere sforzo, poi sempre più e con la partecipazione attiva (moderata) del paziente. Saranno ancora fondamentali gli apparecchi per ipertermia e crioterapia controllata perché attenuando il dolore e rendendo più plastici e più malleabili i vari tessuti faciliteranno la movimentazione indotta dal terapista e renderanno la terapia molto più accettabile da parte del paziente; inoltre, provocando un forte aumento del flusso di sangue nel punto trattato, facilitano enormemente il ricambio cellulare rimuovendo le "scorie" e apportando "nutrienti" freschi. Poi entreranno in gioco apparecchi che producono carichi accomodanti, come le "macchine" isocinetiche o a resistenza elastica, appositamente sviluppate per richiedere uno sforzo che si adegua alle capacità via via recuperate dal paziente, senza superare i limiti di sicurezza. Questi apparecchi "isolano" il movimento che deve essere ripristinato, cioè guidano il paziente a compiere proprio il movimento voluto in modo che il risultato finale non sia ottenuto utilizzando un'altra parte del corpo che già funziona a dovere. In questo modo il paziente ricomincia ad usare attivamente la funzione danneggiata, ne prende di nuovo coscienza, se si può dire così.
Fase 3 – Recupero della forza e della resistenza muscolare. Utilizzando essenzialmente le stesse macchine, i carichi di lavoro vengono via via aumentati specificamente sul movimento voluto, così la funzione corrispondente viene "allenata di più" e quindi è gradualmente riportata al livello delle altre.
Fase 4 – Recupero della coordinazione. Raggiunto un livello soddisfacente per quanto riguarda la "potenza del motore" e la capacità di movimento, bisogna reinserire questa funzione insieme alle altre per ripristinare la coordinazione equilibrata fra tutte le funzioni disponibili e tutti i movimenti fattibili. Questa è la fase in cui si lavora molto su equilibrio e propriocezione (la propriocezione è quel "sesto senso" che ti permette di "sapere" per esempio dove hai la mano destra e verso dove la stai spostando, con una buona approssimazione anche se stai con gli occhi chiusi: nei muscoli, tendini ecc. abbiamo migliaia di sensori che svolgono questo compito, e anche molti di essi erano stati danneggiati insieme a tutto il resto). In parte si useranno ancora le precedenti apparecchiature ma in modalità un po' diverse in modo da ridurre la selettività del movimento, in parte si introdurranno nuovi apparecchi come tavolette basculanti e manipoli con vincoli minimi per permettere ad un'ampia parte del corpo (anche tutto) di compiere movimenti sempre più complessi in condizioni sempre più vicine alla vita reale di tutti i giorni. In questo ambito l'elettronica ha un ruolo chiave: i dati forniti da sensori installati negli apparecchi vengono interpretati da un computer che rimanda al paziente immagini e suoni per aiutarlo a correggere e perfezionare l'esercizio che sta facendo. Questo supporto basato su vista e udito viene poi gradualmente ridotto in modo che il paziente venga orientato ad utilizzare sempre più la propriocezione, che così viene stimolata e ripristinata al meglio.
Fase 5 – Recupero dell'abilità a compiere i gesti completi, specifici, della vita reale. E' intuitivo che saranno ancora utili alcune apparecchiature, ma il loro uso comincerà a somigliare ad un "uso da palestra" più che "da centro di riabilitazione"; contemporaneamente si affiancheranno gli "attrezzi" specifici dei gesti completi, come dire il pallone per il calciatore e la racchetta per il tennista, e i relativi campi da gioco come ambienti al posto del centro riabilitativo, mentre per una persona non sportiva e magari di una certa età, poter rimettere un libro nella libreria o il barattolo dello zucchero nel pensile di cucina, ad un'altezza superiore a quella della testa, senza contorcersi tutto e soprattutto senza dolore, sarà prima un esercizio e poi un risultato tutt'altro che da buttare.
In tutto questo percorso, ma specialmente nelle tre fasi centrali, una grande vasca a temperatura prossima a quella corporea può dare un contributo straordinario. Nell'acqua infatti il peso è quasi perfettamente bilanciato dal galleggiamento ed ogni movimento è delicatamente frenato dalla viscosità, per cui il terapista ha buon gioco a pilotare ogni esercizio idoneo in buona sicurezza. Basti pensare al vantaggio dell'assenza di carico sulla colonna vertebrale, o su un ginocchio, un'anca, una spalla...
E' chiaro che qui il riabilitatore deve essere particolarmente preparato perché deve anche essere in grado di mettere a proprio agio il paziente in un elemento non sempre gradito a tutti, ma nel complesso l'assenza di una vasca è giustificata soltanto dalla mancanza materiale dello spazio dove metterla.